Dopo Parigi e Roma, anche Venezia entra ufficialmente nell’universo patinato di Emily in Paris, la comedy romantica firmata da Darren Star che da cinque stagioni continua a essere uno dei titoli più riconoscibili e discussi di Netflix. Un approdo suggestivo, quello in Laguna, che prometteva un rinnovamento narrativo e visivo, ma che finisce per ribadire pregi e difetti di una serie ormai cristallizzata nella propria formula.
Se c’è una serie “scacciapensieri” per eccellenza, Emily in Paris resta un caso quasi unico: una comfort comedy capace di coniugare romanticismo, dinamiche lavorative semplificate e un’esibizione costante di moda e lusso. Anche in questa quinta stagione, Lily Collins torna nei panni di Emily Cooper con la consueta energia, confermandosi il cuore pulsante di un racconto che non ha mai davvero voluto ambire al realismo, preferendo invece una visione fiabesca e glamour dell’Europa.
Tra Francia e Italia, ancora una volta
La nuova stagione riparte dalla doppia anima geografica della serie. Emily è ora formalmente a capo della sede romana dell’Agence Grateau, ma l’autonomia promessa resta più teorica che reale. Sylvie, interpretata da Philippine Leroy-Beaulieu, attraversa una fase di crisi che la porta a rimanere in Italia insieme ai fidati Luc e Julien, nel tentativo di ampliare il portafoglio clienti e dare una giustificazione concreta all’ufficio romano.
Emily, rispetto agli esordi parigini, appare più sicura, più consapevole e pronta a un nuovo capitolo della propria vita, anche sentimentale. La relazione con Marcello sembra offrirle quella stabilità a lungo rincorsa, ma come da tradizione della serie, lavoro e amore finiscono per intrecciarsi pericolosamente, rimettendo tutto in discussione.
Emily in PARIS 5: Una coralità ritrovata, ma a intermittenza
Uno degli obiettivi dichiarati di Darren Star in questa stagione sembra essere il riequilibrio dei rapporti chiave della protagonista. Il legame con Sylvie viene approfondito come mai prima d’ora, suggerendo una dinamica quasi mentore-erede che richiama volutamente certi archetipi del cinema e della serialità fashion. Anche l’amicizia con Mindy, interpretata da Ashley Park, attraversa il momento più critico di sempre, segno di una maturazione emotiva che la serie prova timidamente ad abbracciare.
Sul fronte sentimentale, tornano i fantasmi del passato: Gabriel, ormai chef stellato, e Alfie, apparentemente fuori dai giochi ma mai del tutto dimenticato. Questo continuo rimescolamento, se da un lato mantiene viva l’attenzione, dall’altro contribuisce a una sensazione di déjà-vu narrativo che accompagna buona parte degli episodi.
Non tutti i personaggi sono trattati allo stesso modo. Alcuni vengono messi da parte, mentre altri, come Genevieve, antagonista della scorsa stagione, spariscono velocemente, cosa che sorprende, soprattutto pensando al finale precedente.
Venezia e l’Italia: tra stereotipi e ammiccamenti
È proprio con l’ingresso più marcato dell’Italia nella trama che Emily in Paris 5 mostra i suoi limiti più evidenti. Venezia diventa uno sfondo affascinante ma spesso cartolinesco, popolato da situazioni e gag che fanno leva su stereotipi ormai antichi. Dai problemi linguistici degni di una commedia anni ’90, fino agli ammiccamenti a brand e programmi televisivi italiani volutamente storpiati, il risultato è una sequenza di cortocircuiti narrativi che faticano a integrarsi in modo credibile nel racconto.
Alcune soluzioni narrative, come il collocamento di Luc in un improbabile convento per motivi economici, risultano forzate e poco coerenti con il contesto estremamente privilegiato in cui i personaggi sono sempre vissuti, compromettendo ulteriormente la sospensione dell’incredulità.
Nuove tematiche, vecchi problemi
La stagione prova comunque a rimettere al centro il tema del lavoro, mostrando una Emily alle prese con una crisi creativa e con la difficoltà di trovare un equilibrio tra ambizione e stabilità personale. Le numerose location e l’introduzione di guest star di rilievo arricchiscono il quadro, ma finiscono anche per frammentare il racconto, impedendo a molte linee narrative di svilupparsi pienamente.
Che voto diamo a Emily in Paris 5?
Alla quinta stagione, Emily in Paris resta esattamente ciò che è sempre stata: un intrattenimento leggero, colorato e irresistibilmente frivolo. La nuova ambientazione veneziana non basta però a risolvere problemi strutturali che la serie si porta dietro da tempo, anzi in alcuni casi li amplifica, soprattutto nel rapporto con l’Italia e la sua rappresentazione. Eppure, nonostante cliché, stereotipi e scelte narrative discutibili, la serie continua a funzionare come comfort show globale, lasciando lo spettatore con la stessa sensazione di sempre: un po’ di fastidio, molta indulgenza e la curiosità di scoprire dove porterà la prossima destinazione di Emily Cooper.

